Le falene che volano di giorno non andrebbero chiamate falene; non stimolano quella gradevole sensazione di buie notti autunnali e di macchie d’edera che una comunissima catocala gialla addormentata all’ombra delle tende sempre risveglia in noi. Sono creature ibride, né allegre come farfalle né tristi come la loro specie. Eppure quell’esemplare, con le sue sottili ali color fieno, con una nappina dello stesso colore, sembrava contenta della vita. Era un bel mattino di metà settembre, mite, benigno, nonostante una brezza più pungente che nei mesi estivi. L’aratro stava già solcando il campo davanti alla finestra, e dove era passato il vomere, il terreno era appiattito e lustro e umido. Dai campi e dalla collina retrostante veniva un tale vigore che era difficile tenere gli occhi fissi su un libro. Anche i corvi celebravano una delle loro feste annuali; si libravano sopra le cime degli alberi finché parve che un’immensa rete con migliaia di nodi neri fosse stata lanciata in aria, rete che dopo pochi istanti ricadeva lentamente sugli alberi finché ogni ramoscello sembrava avere un nodo all’estremità. Poi, d’un tratto, la rete veniva di nuovo lanciata in aria, stavolta in un cerchio più ampio, con vocìo e clamore altissimi, come se quella di essere lanciati in aria per poi ricadere lentamente sulla cima degli alberi fosse un’esperienza tremendamente eccitante.

La stessa energia che animava i corvi, gli aratori, i cavalli e perfino, si sarebbe detto, gli scabri pendii delle colline, faceva svolazzare la falena da un lato all’altro del pannello della finestra. Impossibile non guardare quell’insetto. Anzi, veniva spontaneo provare per lui un bizzarro senso di pietà. Quel mattino le occasioni di piacere sembravano così enormi e così varie che avere soltanto la parte di una falena nella vita, e per giunta di una falena diurna, appariva un duro destino, e patetica la sua ansia di sfruttare appieno le proprie limitate possibilità. Volò con vigore verso un angolo del suo campo d’azione e, dopo una breve attesa, volò nell’angolo opposto. Cos’altro gli restava da fare se non volare verso il terzo e poi il quarto? Era tutto ciò che poteva fare, malgrado le dimensioni delle colline, la vastità del cielo, il fumo lontano delle case e, di tanto in tanto, la voce romantica di un piroscafo in mare. Faceva quello che poteva. Osservandolo, sembrava che una fibra, molto sottile ma pura, dell’enorme energia del mondo fosse stata infilata nel suo corpo fragile e minuto. E ogni volta che attraversava il vetro, io immaginavo che un filo di luce vitale diventasse visibile. Era piccolo o nulla ma era vita.

Eppure, proprio perché era così piccolo, e una forma così semplice dell’energia che rotolava all’interno dalla finestra aperta e si faceva strada lungo corridoi stretti e intricati fino al mio cervello e a quello di altri esseri umani, c’era in lui qualcosa di meraviglioso e insieme patetico. Era come se qualcuno avesse preso una minuscola perla di pura vita e, avendola rivestita con tutta la leggerezza possibile di piume e lanugine, la facesse danzare e zigzagare per mostrarci la vera natura della vita. Così esibita era impossibile tollerarne la stranezza. Si è inclini a dimenticare tutto della vita, nel vederla così ingobbita, spadroneggiata, precettata e impacciata da doversi muovere con la massima circospezione e dignità. Ancora una volta, il pensiero di ciò che avrebbe potuto essere quella vita se fosse nata in altra forma induceva a seguirne i movimenti stentati con una sorta di pietà.

Dopo un po’, apparentemente stanco di danzare, l’insetto si piazzò sul telaio della finestra, al sole, e poiché il suo bizzarro spettacolo era finito, mi dimenticai di lui. Poi, alzando gli occhi, il mio sguardo ne fu di nuovo catturato. Stava cercando di riprendere la danza, ma era così rigido o maldestro che non riusciva a far altro che agitarsi alla base del pannello della finestra e se cercava di attraversarlo in volo, falliva. Essendo intenta ad altro, osservavo quei tentativi inutili senza riflettere, inconsciamente aspettando che riprendesse a volare, come quando davanti a una macchina che si è momentaneamente inceppata si aspetta che riprenda a funzionare senza considerare le cause del guasto. Dopo forse il settimo tentativo scivolò dal telaio di legno della finestra e, sbattendo le ali, cadde riverso sul davanzale. La sua impotenza mi scosse. D’un tratto compresi che era in difficoltà; che non era più in grado di risollevarsi; che le sue zampette lottavano invano. Ma mentre allungavo una matita con l’intenzione di aiutarlo a raddrizzarsi, mi resi conto che fallimenti e goffaggine segnavano l’approssimarsi della morte. Posai la matita.

Di nuovo le zampette si agitarono. Io guardavo, quasi cercando il nemico contro cui lottava. Guardai fuori dalle portefinestra. Cos’era accaduto? Doveva essere mezzogiorno, e il lavoro nei campi si era fermato. Immobilità e quiete erano subentrate all’animazione di poco prima. Gli uccelli erano andati via, a cibarsi nei ruscelli. I cavalli erano immobili. Eppure la forza era la stessa, ammassata là fuori indifferente, impersonale, senza far nulla di particolare. In qualche modo si opponeva alla piccola falena color fieno. Inutile cercare di far nulla. Si poteva solo assistere agli sforzi straordinari di quelle minuscole zampette contro un destino incombente che, volendo, avrebbe potuto sommergere un’intera città, non solo una città, bensì masse di esseri umani; sapevo bene che nulla può sottrarsi alla morte. Eppure dopo un attimo di sfinimento le zampette si agitarono di nuovo. Era magnifica quell’ultima protesta, e così disperata che riuscì infine a raddrizzarsi. Ogni simpatia andava naturalmente alla vita. Inoltre, non essendoci nessuno a cui importasse o che lo vedesse, lo sforzo gigantesco di un’insignificante piccola falena contro una forza di tale portata, per difendere ciò che nessun altro sembrava apprezzare o voler conservare, era stranamente commovente. Ancora una volta, in qualche modo, si vedeva la vita, un’autentica perla. Sollevai di nuovo la matita, pur sapendo che era inutile. Perfino in quel momento permanevano i segni inequivocabili della morte. Il corpo si rilassò, e subito s’irrigidì. La lotta era finita. La piccola creatura insignificante ora conosceva la morte. Mentre guardavo la falena morta, quell’infimo irrisorio trionfo di una potenza così smisurata su un avversario così modesto mi riempì di stupore. Se poco prima la vita era strana, ora la morte era altrettanto strana. La falena che era riuscita a raddrizzarsi da sola giaceva ora con dignitosa e stoica compostezza. Oh sì, sembrava dire, la morte è più forte di me.

Traduzione di Anna Nadotti.


 

Virginia Woolf è stata una delle maggiori scrittrici inglesi del Novecento. Einaudi ha pubblicato Notte e giornoUna stanza tutta per séLe onde e i quattro volumi dell’epistolario: Il volo della menteLe cose che accadonoCambiamento di prospettivaUn riflesso dell’altro. Nel 2012 e 2014, sono uscite le nuove traduzioni di La signora Dalloway e Gita al faro.

 

 

Atlantico e leone

Una nota di Anna Nadotti

«Se sconsideratezza è l’avventurarsi disarmati nell’antro di un leone, sconsideratezza avventurarsi sull’Atlantico in una barca a remi, sconsideratezza fare la cicogna sulla cupola di St Paul, più sconsiderato ancora è tornarsene a casa sole in compagnia di un poeta. Un poeta è insieme Atlantico e leone. Se sfuggi alle zanne, soccombi ai flutti. Un uomo capace di distruggere le illusioni è al tempo stesso belva e onda». 

Così ragionava Orlando dopo aver fatto ritorno a casa all’alba in compagnia di Alexander Pope, secoli prima, e di quelle righe Virginia Woolf aveva come suo solito scritto varie stesure, commentandole a margine. I commenti di Woolf, le sue correzioni alla propria scrittura, i segni tracciati sulle pagine sono un romanzo a sé, o forse una graphic novel sull’intelligenza narrativa. Ciò che sempre sanciva la stesura definitiva era la data, come a dire: Finora ci ho ragionato io, da oggi potete farlo anche voi. E il primo a leggere era Leonard Woolf. Il quale, nella prefazione a The Death of the Moth and Other Essays, pubblicato postumo nel giugno 1942, scrive: «Credo che Virginia Woolf non abbia mai consegnato un articolo a un giornale senza averlo scritto e riscritto parecchie volte. Con ciò dimostrando quanto seriamente prendesse l’arte dello scrivere, persino quando lo faceva per un giornale. Quasi tutti i saggi contenuti in questo volume sono stati sottoposti a questo tipo di revisione […], ma non i primi quattro. Che furono scritti, come sempre, a mano e poi battuti piuttosto frettolosamente a macchina. Ho deciso di darli alle stampe così come sono, solo sistemando la punteggiatura e correggendo i refusi. Non ho esitato a farlo, dal momento che rivedevo sempre i manoscritti dei suoi libri e dei suoi articoli prima della pubblicazione».

E, guarda caso, per aprire e dar titolo alla raccolta, Leonard sceglie il primo dei quattro scritti ancora non rivisti né datati dalla scrittrice, Morte di una falena, che è saggio e racconto e descrizione luminosa e sonora di un lungo istante immaginato da Virginia Woolf nei primi mesi di una guerra cui rifiutò di assistere. Il saggio – a me piace pensare “il tentativo” sfruttando il doppio significato del termine inglese essay, – probabilmente l’ultimo suo, ci comunica la sensazione fisica di una guerra mondiale che sta accadendo di nuovo. Il 1 gennaio di quell’anno, 1941, Virginia Woolf aveva annotato sul diario: «Il primo giorno dell’anno nuovo porta un taglio di vento come una sega circolare». E il 9 gennaio: «Vuoto. Tutto gelo. Sempre gelo. Bianco bruciante. Azzurro bruciante», e il 15, dopo essere stata al Temple: «E là ho vagato tra le desolate rovine delle mie vecchie piazze squarciate; smantellate; […] tutta quella perfetta compiutezza strappata via, demolita» (da Diario di una scrittrice, Minimum fax, 2005, traduzione di Giuliana De Carlo).

La falena del racconto non ha che un pannello di vetro per dibattersi, per assopirsi e infine cedere al tempo, poco importa che sullo sfondo ci siano la vastità dei campi, l’abbondanza delle messi, lo splendore del sole. Oltre alla sensazione fisica di cui prima dicevo, leggendo queste pagine si ha la sensazione inquietante di un ultimo esperimento woolfiano con la vita e con la grammatica, forse la stessa cosa. Il pronome che la scrittrice attribuisce all’insetto, e che Leonard non corregge, è un pronome singolare maschile, non il neutro che a un insetto spetterebbe; e che non si può certo tradurre con il femminile che falena vorrebbe. Del resto le falene «sono creature ibride, né allegre come farfalle né tristi come la loro specie». Creature ibride, appunto. Come la lingua, e la grammatica. Come Virginia stessa, che all’ultima lettera a Leonard, prima di uscire di casa e di inoltrarsi nelle acque dell’Ouse, il 28 marzo del 1941, aggiunse un poscritto:«Vorrai distruggere tutte le mie carte», ma non aggiunse un punto né un punto interrogativo. Non un ordine, dunque, né una domanda. Solo un’ipotesi.

 


 

Anna Nadotti, lettrice per passione e per professione; traduttrice; editor e consulente editoriale. Ha tradotto, tra gli altri, A.S.Byatt, Anita Desai, Amitav Ghosh, e curato la nuova traduzione di Mrs Dalloway e neoprene immersione 5 da Sola nero Calzari mm in Sola Calzari neoprene in nero 5 immersione mm da Gita al faro di Virginia Woolf. Scrive per «Leggendaria», «l’Indice» e «www.einaudi.it».

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